martedì 18 ottobre 2016

San Josè

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Il piccolo cristeros José, nacque a Suhuayo (Michoacan, Messico) il 28 Marzo 1913. Conobbe la povertà e il lavoro sin da piccolo, ma soprattutto crebbe circondato dall’unità famigliare e dai valori cristiani, che danno senso alla vita: la fede, la carità verso i propri cari e verso gli estranei, una pietà solida trasmessa dai suoi genitori. Da quando aveva ricevuto la Prima Comunione José aveva preso la decisione di coltivare un’amicizia sincera e fedele con Gesù. Quando José aveva 12 anni scoppiò la cosiddetta guerra dei Cristeros, ossia la ribellione di quei contadini credenti e giovani dell’Azione Cattolica che lottavano in difesa della fede contro le leggi ingiuste del governo federale. La regione in cui viveva il ragazzo era completamente cristera e, sin dall’inizio della ribellione, gli uomini e le donne di quei luoghi si distinsero per la loro coraggiosa difesa della fede, nel nome di Cristo Re. Il ragazzo vedeva i coraggiosi cristeros che passavano veloci sui loro cavalli per le strade del paese, li sentiva gridare con orgoglio: “Viva Cristo Re! Viva la santissima Vergine di Guadalupe!”.Anche lui sognava di andare con loro per difendere il nome di Cristo Re nella sua patria, ma i suoi genitori non glielo permettevano per la sua giovane età. José non si perdette d’animo e tanto insistette che, ad appena 13 anni, riuscì ad ottenere il permesso di arruolarsi fra i cristeros. Alla mamma, che si opponeva, giustamente, al suo desiderio di andare in guerra, per la sua giovane età, José rispondeva: “Mamma, non è mai stato così facile acquistare il Cielo come ora”. Come era prevedibile, José fu fatto prigioniero, come gli altri cristeros, e condotto in manette a Cotija. Con lui fu fatto prigioniero anche un altro giovane di nome Lazaro, originario di Jiquilpan. Da Cotija, José scrisse a sua mamma questa bella lettera: “Cotija, Mich., lunedì 6 Febbraio 1928. Mia amata mamma: Sono stato fatto prigioniero nella battaglia di oggi. Credo che mi uccideranno, ma non fa niente, mamma. Rassegnati alla volontà di Dio; io muoio contento, perché muoio accanto al nostro Dio. Non ti addolorare per la mia morte, perché questo mi dispiacerebbe tanto: di’ ai miei due fratelli che seguano l’esempio del loro fratello, il più piccolo, e tu fa’ la volontà di Dio. Sii coraggiosa e mandami la benedizione insieme a mio padre. Salutami tutti per l’ultima volta e tu ricevi, per ultimo, il cuore di tuo figlio, che tanto ti ama e desiderava vederti prima di morire. José Sánchez del Río”.
Lazaro fu condannato all'impiccagione e José fu obbligato a mettersi vicino all’albero dell’esecuzione. Impiccarono Lazaro, dopo pochi minuti pensando che fosse morto, calarono i suo corpo e lo trascinarono al vicino cimitero, dove lo abbandonarono. Ma Lazaro non era morto, si risvegliò e fuggì. Venerdì 10 Febbraio 1928, verso le 6 della sera, presero José dalla chiesa e lo portarono in caserma. Avvicinandosi l’ora del suo sacrificio, i soldati del governo iniziarono a scuoiargli i piedi con un rasoio, pensando che José si arrendesse al dolore e finisse per chiedere clemenza, ma si sbagliavano. Al sentire i tremendi dolori, José pensava a Cristo sulla croce e li offriva mentre gridava: “Viva Cristo Re!”. I soldati lo colpivano e lo insultavano e, infine, lo obbligarono a camminare scalzo con piedi sanguinanti per le strade piene di pietre che portavano al cimitero. Erano da poco trascorse le 11 della notte quando arrivarono al camposanto. I carnefici pensavano che questo ulteriore tormento l’avrebbe fatto apostatare ma non vi riuscirono. Giunti al cimitero, si pose al bordo della fosse dove sarebbe stato sepolto, continuando a inneggiare a Cristo Re. I carnefici presero a pugnalarlo, finché il capitano della scolta decise di concludere tutto e con il suo fucile sparò alla testa del martire che era caduto nella fossa. Le sue ultime parole furono: “Viva Cristo Re! Viva santa Maria di Guadalupe!”. Il corpo del piccolo martire cadde nella fossa e fu lì sepolto come quello di un animale, senza cassa né sudario, nella nuda terra. Erano le 11.30 della notte di venerdì 10 Febbraio 1928. Il martire di Cristo Re entrava nella gloria, ma lasciava a tutti i suoi paesani e ai compagni cristeros un esempio di coraggio e di fedeltà a Cristo!
I cristeros chiamavano il piccolo José, “Tarcisius”, come il martire romano del secolo III che a 12 anni diede la vita per Cristo e che la Chiesa onora come patrono dei chierichetti. La sua storia è tutta contenuta in una breve epigrafe del grande Papa Damaso I (305?-384), santo pure lui, ma basta e avanza. Il piccolo Tarcisio portava un dì l’Eucarestia a dei cristiani imprigionati in ossequio delle persecuzioni scatenate dall’imperatore Lucio Domizio Aureliano (214-275). D’un tratto fu aggredito, forse da suoi coetanei. Il suo primo pensiero andò a Gesù sacramentato, e d’istinto si strinse l’ostia consacrata al petto. Gli aggressori, inviperiti dalla scoperta che Tarcisio era un infame cristiano, lo picchiarono selvaggiamente, cercando di strappargli l’ostia di mano. Ma niente; riprovarono e nulla ancora. Alla fine lo abbandonarono al legionario Quadrato, anch’egli cristiano, intervenuto in sua difesa. Ebbe solo il tempo di spirare. Qualcosa di sublime lega Tarcisio e José; tutti sapevano del resto che da quando aveva 10 anni José s’impegnava a portare in chiesa i ragazzi per le adorazioni eucaristiche. Come san Tarcisio, José morì abbracciando Gesù con la grandezza della sua umana piccolezza. Morì dopo avere ricevuto la Comunione attraverso la zia Magdalena, non visto dai carcerieri. Aveva chiesto sulla tomba di Anacleto Gonzalez Flores (1888-1927), altro martire cristero, di poter affrontare la vita e la morte con il medesimo coraggio che era stato suo. Entrambi sono stati beatificati da Papa Benedetto XVI il 20 novembre 2005, con altri 11 martiri di quella mostruosa persecuzione laicista.

venerdì 14 ottobre 2016

TISCALI

Si trova sul monte Tiscali, una piccola montagna alta 518 m s.l.m. al confine tra il Supramonte di Oliena e il Supramonte di Dorgali. Sulla sommità del monte si trova un'enorme dolina carsica all'interno della quale si trovano i resti del villaggio, costruito nel corso dell'Età Nuragica (XV/XIV - IX/VIII secolo a.C.), frequentato e ristrutturato durante l'Età Romana (II/I secolo a.C.). Con ogni probabilità il sito è stato frequentato anche nel corso dell'Età Prenuragica.

Il villaggio è interamente costruito lungo le pareti della dolina e non risulta visibile fino a quando non si raggiunge l'interno della cavità, attraverso un'ampia apertura nella parete rocciosa. Fu visitato nel 1910 da Ettore Pais, quando si trovava ancora in ottime condizioni di conservazione. Il villaggio fu descritto e fotografato soltanto nel 1927, ad opera di Antonio Taramelli. Nel 1999 Susanna Massetti ha effettuato i primi e finora unici scavi nel sito per conto della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Nel 2005 Fabrizio Delussu (Museo Archeologico di Dorgali) ha realizzato uno studio preliminare dei materiali rinvenuti nel corso degli scavi, esame che gli ha consentito di formulare una nuova interpretazione del sito.

Decenni di incuria e di saccheggi hanno notevolmente danneggiato il sito che nonostante ciò rimane un luogo dall'atmosfera molto suggestiva. Sulla parete rocciosa della dolina si apre inoltre un ampio finestrone dal quale si domina la sottostante valle di Lanaittu, a pochi chilometri da Dorgali e da Oliena.
Nel 1995 è stato avviato un progetto di recupero e salvaguardia del sito che è stato affidato alla Cooperativa Ghivine di Dorgali, in accordo con il Comune di Dorgali e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Il sito è regolarmente gestito con servizio di guardiania notturna. Per l'accesso e la visita al villaggio nuragico è necessario pagare il biglietto di ingresso.

Siamo stati sul Tiscali mercoledì 5 ottobre, per festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Lasciata l'auto abbiamo iniziato una lunga e impegnativa salita. Un percorso abbastanza duro  con tratti veramente impervi. Un'ora e mezza tra paesaggi mozzafiato e strettoie proibitive tra le taglienti rocce carsiche. Siamo arrivati in cima e seguendo le indicazioni ci siamo addentrati nel sito nuragico. Un posto incredibile. Sembra assurdo che esseri umani abbiano anche solo pensato di vivere in quel modo. Completamente nascosto e allo stesso tempo con una panoramica sconfinata. Una bellezza sarda assolutamente da vedere, non per tutti però....è necessario avere buone gambe, tanto fiato e nessun problema cardio-circolatorio...... 














lunedì 10 ottobre 2016

SU GOLOGONE

Su Gologone è la principale risorgiva di un vasto sistema carsico situato in Sardegna, nell'area del Supramonte di Oliena, nella provincia di Nuoro.
Dalla sorgente, che si trova nel territorio del comune di Oliena, si origina un breve torrente che alimenta il fiume Cedrino. L'acqua fuoriesce da una spaccatura nella roccia calcarea, che si addentra nel sottosuolo fino alla profondità attualmente esplorata dagli speleologi di 135 metri. La portata di massima magra della sorgente è stata rilevata nel 1995 in 60 litri al secondo mentre la portata di piena è stimabile in 8.000 litri. Con una portata media di 500 litri d'acqua al secondo è la più importante sorgente della Sardegna.
Con un decreto dell'Assessorato alla difesa dell'ambiente della Sardegna (il numero 845 del 12 maggio 1998) è stata istituita a monumento naturale.