martedì 13 dicembre 2016

PONTE DELL'IMMACOLATA

Sono stati quattro giorni bellissimi. Abbiamo trascorso il ponte dell'Immacolata tra mercatini di Natale Alto Atesini, cucina tipica e buona compagnia. Da Bolzano a Merano da Chiusa a Bressanone per chiudere con Trento. Atmosfera Natalizia...la vacanza è iniziata con la Santa Messa dell'Immacolata presso la parrocchia Beato Andrea di Peschiera del Garda, guarda caso a pochi passi dal nostro primo albergo.  Ci siamo subito tuffati all'interno del mercatino natalizio più grande d'Europa, piazza Walther a Bolzano. Bellissimo..........passeggiata nel centro storico, pranzo con pane tipico, speak, formaggio e Vin Brulè, pomeriggio in compagnia di Davide Garau (mio cugino) e Giulia la fidanzata, visita al museo di Otzi (ne ho parlato qui) cena e passeggiata a Merano.....incantevole.... albergo in una frazione di Chiusa, Lazfons. Giorno successivo trascorso a Bressanone dove abbiamo incontrato Giovanni, amico di Senorbì nonchè mio allievo  di musica ai tempi della Banda e oggi illustre professore di informatica presso l'Istituto superiore di Brunico e asse portante del coro Polifonico della Cattedrale di Bressanone. Giro turistico con particolare attenzione alla parrocchia e alla vicinissima e bellissima Cattedrale....pranzo tipico, passeggiata e nel pomeriggio partenza per Trento...ancora mercatini e dolci tipici........infine...ultima notte a Orio al Serio e rientro a casa per fine viaggio.....e..... come si dice da noi.....attrus'annus.......e si risponde.... Deus Bollada...






mercoledì 7 dicembre 2016

BAROCCO

Arcangelo Corelli (Fusignano, 17 febbraio 1653 – Roma, 8 gennaio 1713) è stato un compositore e violinista italiano del periodo barocco.
Considerato tra i più grandi compositori del periodo barocco, fondamentale fu il suo contributo allo sviluppo della forma musicale della sonata e del concerto grosso, che egli portò ad un altissimo livello di equilibrio e perfezione formale. Lo stile introdotto da Corelli e sviluppato dai suoi allievi, quali Pietro Locatelli, Pietro Castrucci, Giovanni Stefano Carbonelli ed altri, ebbe un'importanza vitale per lo sviluppo del linguaggio del violino. È stato detto che i percorsi di tutti i famosi violinisti-compositori del XVIII secolo in Italia portano a Corelli, che fu il loro "iconico punto di riferimento"

Nacque a Fusignano, nella Romagna estense, nel 1653. Studiò a Bologna (che era allora il centro più avanzato per la musica strumentale ad arco con Giovanni Benvenuti e Leonardo Brugnoli; nel 1670 venne accolto nell'Accademia Filarmonica. Nel 1671 si stabilì a Roma dove fu dal 1679 violinista del Teatro Capranica e si perfezionò nella composizione con Matteo Simonelli. Nel 1679-1680 soggiornò forse in Germania; ma la sua attività si svolse esclusivamente a Roma, dove ebbe come suoi protettori e mecenati i cardinali Benedetto Pamphilj e Pietro Ottoboni. Fu inoltre in buoni rapporti con Cristina di Svezia, per la quale non solo compose sonate destinate agli intrattenimenti privati di Palazzo Riario (ora Corsini), ma diresse anche ampie compagini strumentali. Si ricorda a tal proposito l'esecuzione, avvenuta nel 1687, di un'Accademia per musica di Bernardo Pasquini in onore dell'ambasciatore d'Inghilterra, con la partecipazione di centocinquanta archi diretti da Corelli e di un centinaio di cantori. Dopo la morte di Cristina di Svezia, avvenuta nel 1689, aristocratici e prelati romani fondarono in sua memoria nel 1690 un'accademia poetico/musicale che successivamente fu detta "Arcadia". Gli adepti dell'accademia usavano pseudonimi che rimandavano all'età greca mitica (Corelli assunse il nuovo nome di "Arcomelo Arimanteo").
Nel 1702 si esibì alla corte di Napoli, da dove ritornò amareggiato. Iniziò quindi un periodo di irreversibile declino. Nel 1708 lasciò ogni attività pubblica; trascorse gli ultimi anni di vita in volontario ritiro, a Roma. La sua fama nazionale ed europea non venne però mai meno tra i contemporanei. Anche per questo fu sepolto nel Pantheon (morì a Roma nel 1713), dove tuttora si trova la sua tomba.
Diede nuovo impulso alla forma della sonata a tre, pubblicando, tra il 1681 e il 1694, quattro raccolte, comprendenti ciascuna dodici sonate (Sonate da chiesa op. 1 ed op.3, sonate da camera op. 2 e op. 4), le quali segnano un punto conclusivo dell'evoluzione di questa forma in Italia. Nella sonata a tre, Corelli sfrutta a fondo le caratteristiche al tempo stesso di brillantezza e cantabilità del violino, tanto nella forma da camera, destinata ad un organico di due violini e violoncello o clavicembalo e composta da 3 o 4 movimenti distinti in forma di danze (suite), che nella forma da chiesa, nella quale i due violini sono accompagnati da un organo e da un violoncello (o in alternativa da un arciliuto) che esegue una parte obbligata, spesso in funzione concertante alla pari coi violini. La scrittura, nobile ed espressiva, è sostenuta da un contrappunto vigoroso e di studiate dissonanze. Nell'op. 5, pubblicata nell'anno 1700, Corelli affrontò anche la sonata per violino solo e basso. Qui, le prime 6 sonate sono nella forma "da chiesa" e le 6 successive in quella "da camera". Conclude la raccolta una lunga serie di variazioni sulla popolare aria della Follia. L'op. 6, infine, pubblicata postuma nel 1714 con la curatela dell'amico, allievo e fidato collaboratore Matteo Fornari, e dedicata a Guglielmo del Palatinato (Wilhelm von der Pfalz), è la raccolta di composizioni più ambiziosa di Corelli. Come nell'opera 5, si tratta di materiale che era stato composto in vari momenti durante l'ultimo trentennio di attività. L'op. 6 ebbe grande successo per il suo valore musicale, tuttavia venne stampata in un momento in cui ormai il gusto musicale si indirizzava piuttosto verso le nuove avventure del concerto solistico. Fra i concerti, 8 "da chiesa" e 4 "da camera", si ricorda il Concerto grosso fatto per la notte di Natale, numero 8 dell'opus.

giovedì 10 novembre 2016

GROTTA CORBEDDU








La grotta Corbeddu si trova nel territorio di Oliena, comune della provincia di Nuoro, in Sardegna. In questa grotta trovava rifugio il famoso bandito sardo Giovanni Corbeddu, da cui ha preso il nome.
La grotta è lunga circa 130 metri ed è composta essenzialmente da tre "sale". Al suo interno sono stati fatti importanti ritrovamenti archeologici, in particolare alcuni resti umani datati a circa 20.000 anni fa, che costituiscono la più antica testimonianza dell'Homo sapiens in Sardegna. Altri rinvenimenti di ossa umane, riferibili sempre alla fase finale del Paleolitico, comprendono un osso mascellare ed un osso temporale. Un'analisi paleoantropologica ha dimostrato una certa differenziazione, probabilmente dovuta all'isolamento, fra queste popolazioni e le altre popolazioni presenti nella stessa epoca sul continente Europeo.
Sono stati scoperti inoltre attrezzi in osso e in pietra che venivano utilizzati da queste genti preistoriche nella loro vita quotidiana. La grotta, come testimoniato da ulteriori reperti, fu abitata anche durante il periodo neolitico. Oltre alle ossa umane nella grotta erano presenti numerose ossa di animali oggi estinti come il Megaloceros cazioti e il Prolagus sardus.

martedì 18 ottobre 2016

San Josè

jo

Il piccolo cristeros José, nacque a Suhuayo (Michoacan, Messico) il 28 Marzo 1913. Conobbe la povertà e il lavoro sin da piccolo, ma soprattutto crebbe circondato dall’unità famigliare e dai valori cristiani, che danno senso alla vita: la fede, la carità verso i propri cari e verso gli estranei, una pietà solida trasmessa dai suoi genitori. Da quando aveva ricevuto la Prima Comunione José aveva preso la decisione di coltivare un’amicizia sincera e fedele con Gesù. Quando José aveva 12 anni scoppiò la cosiddetta guerra dei Cristeros, ossia la ribellione di quei contadini credenti e giovani dell’Azione Cattolica che lottavano in difesa della fede contro le leggi ingiuste del governo federale. La regione in cui viveva il ragazzo era completamente cristera e, sin dall’inizio della ribellione, gli uomini e le donne di quei luoghi si distinsero per la loro coraggiosa difesa della fede, nel nome di Cristo Re. Il ragazzo vedeva i coraggiosi cristeros che passavano veloci sui loro cavalli per le strade del paese, li sentiva gridare con orgoglio: “Viva Cristo Re! Viva la santissima Vergine di Guadalupe!”.Anche lui sognava di andare con loro per difendere il nome di Cristo Re nella sua patria, ma i suoi genitori non glielo permettevano per la sua giovane età. José non si perdette d’animo e tanto insistette che, ad appena 13 anni, riuscì ad ottenere il permesso di arruolarsi fra i cristeros. Alla mamma, che si opponeva, giustamente, al suo desiderio di andare in guerra, per la sua giovane età, José rispondeva: “Mamma, non è mai stato così facile acquistare il Cielo come ora”. Come era prevedibile, José fu fatto prigioniero, come gli altri cristeros, e condotto in manette a Cotija. Con lui fu fatto prigioniero anche un altro giovane di nome Lazaro, originario di Jiquilpan. Da Cotija, José scrisse a sua mamma questa bella lettera: “Cotija, Mich., lunedì 6 Febbraio 1928. Mia amata mamma: Sono stato fatto prigioniero nella battaglia di oggi. Credo che mi uccideranno, ma non fa niente, mamma. Rassegnati alla volontà di Dio; io muoio contento, perché muoio accanto al nostro Dio. Non ti addolorare per la mia morte, perché questo mi dispiacerebbe tanto: di’ ai miei due fratelli che seguano l’esempio del loro fratello, il più piccolo, e tu fa’ la volontà di Dio. Sii coraggiosa e mandami la benedizione insieme a mio padre. Salutami tutti per l’ultima volta e tu ricevi, per ultimo, il cuore di tuo figlio, che tanto ti ama e desiderava vederti prima di morire. José Sánchez del Río”.
Lazaro fu condannato all'impiccagione e José fu obbligato a mettersi vicino all’albero dell’esecuzione. Impiccarono Lazaro, dopo pochi minuti pensando che fosse morto, calarono i suo corpo e lo trascinarono al vicino cimitero, dove lo abbandonarono. Ma Lazaro non era morto, si risvegliò e fuggì. Venerdì 10 Febbraio 1928, verso le 6 della sera, presero José dalla chiesa e lo portarono in caserma. Avvicinandosi l’ora del suo sacrificio, i soldati del governo iniziarono a scuoiargli i piedi con un rasoio, pensando che José si arrendesse al dolore e finisse per chiedere clemenza, ma si sbagliavano. Al sentire i tremendi dolori, José pensava a Cristo sulla croce e li offriva mentre gridava: “Viva Cristo Re!”. I soldati lo colpivano e lo insultavano e, infine, lo obbligarono a camminare scalzo con piedi sanguinanti per le strade piene di pietre che portavano al cimitero. Erano da poco trascorse le 11 della notte quando arrivarono al camposanto. I carnefici pensavano che questo ulteriore tormento l’avrebbe fatto apostatare ma non vi riuscirono. Giunti al cimitero, si pose al bordo della fosse dove sarebbe stato sepolto, continuando a inneggiare a Cristo Re. I carnefici presero a pugnalarlo, finché il capitano della scolta decise di concludere tutto e con il suo fucile sparò alla testa del martire che era caduto nella fossa. Le sue ultime parole furono: “Viva Cristo Re! Viva santa Maria di Guadalupe!”. Il corpo del piccolo martire cadde nella fossa e fu lì sepolto come quello di un animale, senza cassa né sudario, nella nuda terra. Erano le 11.30 della notte di venerdì 10 Febbraio 1928. Il martire di Cristo Re entrava nella gloria, ma lasciava a tutti i suoi paesani e ai compagni cristeros un esempio di coraggio e di fedeltà a Cristo!
I cristeros chiamavano il piccolo José, “Tarcisius”, come il martire romano del secolo III che a 12 anni diede la vita per Cristo e che la Chiesa onora come patrono dei chierichetti. La sua storia è tutta contenuta in una breve epigrafe del grande Papa Damaso I (305?-384), santo pure lui, ma basta e avanza. Il piccolo Tarcisio portava un dì l’Eucarestia a dei cristiani imprigionati in ossequio delle persecuzioni scatenate dall’imperatore Lucio Domizio Aureliano (214-275). D’un tratto fu aggredito, forse da suoi coetanei. Il suo primo pensiero andò a Gesù sacramentato, e d’istinto si strinse l’ostia consacrata al petto. Gli aggressori, inviperiti dalla scoperta che Tarcisio era un infame cristiano, lo picchiarono selvaggiamente, cercando di strappargli l’ostia di mano. Ma niente; riprovarono e nulla ancora. Alla fine lo abbandonarono al legionario Quadrato, anch’egli cristiano, intervenuto in sua difesa. Ebbe solo il tempo di spirare. Qualcosa di sublime lega Tarcisio e José; tutti sapevano del resto che da quando aveva 10 anni José s’impegnava a portare in chiesa i ragazzi per le adorazioni eucaristiche. Come san Tarcisio, José morì abbracciando Gesù con la grandezza della sua umana piccolezza. Morì dopo avere ricevuto la Comunione attraverso la zia Magdalena, non visto dai carcerieri. Aveva chiesto sulla tomba di Anacleto Gonzalez Flores (1888-1927), altro martire cristero, di poter affrontare la vita e la morte con il medesimo coraggio che era stato suo. Entrambi sono stati beatificati da Papa Benedetto XVI il 20 novembre 2005, con altri 11 martiri di quella mostruosa persecuzione laicista.

venerdì 14 ottobre 2016

TISCALI

Si trova sul monte Tiscali, una piccola montagna alta 518 m s.l.m. al confine tra il Supramonte di Oliena e il Supramonte di Dorgali. Sulla sommità del monte si trova un'enorme dolina carsica all'interno della quale si trovano i resti del villaggio, costruito nel corso dell'Età Nuragica (XV/XIV - IX/VIII secolo a.C.), frequentato e ristrutturato durante l'Età Romana (II/I secolo a.C.). Con ogni probabilità il sito è stato frequentato anche nel corso dell'Età Prenuragica.

Il villaggio è interamente costruito lungo le pareti della dolina e non risulta visibile fino a quando non si raggiunge l'interno della cavità, attraverso un'ampia apertura nella parete rocciosa. Fu visitato nel 1910 da Ettore Pais, quando si trovava ancora in ottime condizioni di conservazione. Il villaggio fu descritto e fotografato soltanto nel 1927, ad opera di Antonio Taramelli. Nel 1999 Susanna Massetti ha effettuato i primi e finora unici scavi nel sito per conto della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Nel 2005 Fabrizio Delussu (Museo Archeologico di Dorgali) ha realizzato uno studio preliminare dei materiali rinvenuti nel corso degli scavi, esame che gli ha consentito di formulare una nuova interpretazione del sito.

Decenni di incuria e di saccheggi hanno notevolmente danneggiato il sito che nonostante ciò rimane un luogo dall'atmosfera molto suggestiva. Sulla parete rocciosa della dolina si apre inoltre un ampio finestrone dal quale si domina la sottostante valle di Lanaittu, a pochi chilometri da Dorgali e da Oliena.
Nel 1995 è stato avviato un progetto di recupero e salvaguardia del sito che è stato affidato alla Cooperativa Ghivine di Dorgali, in accordo con il Comune di Dorgali e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Il sito è regolarmente gestito con servizio di guardiania notturna. Per l'accesso e la visita al villaggio nuragico è necessario pagare il biglietto di ingresso.

Siamo stati sul Tiscali mercoledì 5 ottobre, per festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Lasciata l'auto abbiamo iniziato una lunga e impegnativa salita. Un percorso abbastanza duro  con tratti veramente impervi. Un'ora e mezza tra paesaggi mozzafiato e strettoie proibitive tra le taglienti rocce carsiche. Siamo arrivati in cima e seguendo le indicazioni ci siamo addentrati nel sito nuragico. Un posto incredibile. Sembra assurdo che esseri umani abbiano anche solo pensato di vivere in quel modo. Completamente nascosto e allo stesso tempo con una panoramica sconfinata. Una bellezza sarda assolutamente da vedere, non per tutti però....è necessario avere buone gambe, tanto fiato e nessun problema cardio-circolatorio...... 














lunedì 10 ottobre 2016

SU GOLOGONE

Su Gologone è la principale risorgiva di un vasto sistema carsico situato in Sardegna, nell'area del Supramonte di Oliena, nella provincia di Nuoro.
Dalla sorgente, che si trova nel territorio del comune di Oliena, si origina un breve torrente che alimenta il fiume Cedrino. L'acqua fuoriesce da una spaccatura nella roccia calcarea, che si addentra nel sottosuolo fino alla profondità attualmente esplorata dagli speleologi di 135 metri. La portata di massima magra della sorgente è stata rilevata nel 1995 in 60 litri al secondo mentre la portata di piena è stimabile in 8.000 litri. Con una portata media di 500 litri d'acqua al secondo è la più importante sorgente della Sardegna.
Con un decreto dell'Assessorato alla difesa dell'ambiente della Sardegna (il numero 845 del 12 maggio 1998) è stata istituita a monumento naturale.







sabato 17 settembre 2016

CUORE E VENTO



Una dichiarazione d'amore all' isola, una terra selvaggia e accogliente popolata da gente rude e cortese......



Si arrende anche la luna alla bellezza
Il mare la sua splendida corazza
Conserva la sua storia nella terra
Concede un ballo solo a chi sa amarla
Montèras donant a su mare
S’olòre de sa murta in frore
No apo coro e bentu
Chena istìma né carignos suos

Non tutti sanno che le stelle brillano
Per tutti ma non brillano per me
Perché anche il cielo l’ha capito subito
Che non può farci niente se
Non vedo luce se non sto con… te…

Più forte dell’estate e dell’inverno
Ti preferisco in abiti d’autunno
E si deo penso a tie che isposa mia
Vorrei tu fossi sempre primavera

Montagna che regala il mare 
L’odore dei suoi mirti in fiore
Cuore e vento non ho
Se non dormo nel suo abbraccio

Niùne l’ischet chi sas neulas dansant
Chin cada amina foras che a mie
Perché anche il cielo l’ha capito subito…
Che non può farci niente se non vedo luce se non sto con te…

Duo ogros che arresordzas lucente
Sos tuos, mirant a mie e nois
Pitzìnnos atrassìdos tue e …deo

domenica 4 settembre 2016

4 SETTEMBRE 1904




Questo anniversario, i fatti accaduti a Buggerru, vengono ricordati in questo Blog non tanto per i valori sociali e politici che rappresentano ma per una questione affettiva mia personale. Il Sulcis Iglesiente e precisamente  a Fluminimaggiore a pochissimi chilometri da Buggerru, nacque  il  mio caro nonno paterno, Antonio Luigi Garau, morto di silicosi nel 1973. Una durissima vita da minatore. In quelle profonde gallerie ha sacrificato la sua vita per mantenere la sua sposa e crescere i suoi otto figli.

Nel 1871 il deputato e ingegnere Quintino Sella svolse un’approfondita indagine sulle condizioni dell’industria mineraria in Sardegna. Nei diciotto giorni passati sull’isola visitò quindi le miniere e le industrie metallurgiche, e – fra le altre cose – rilevò la disparità di trattamento salariale fra i minatori sardi e quelli del resto d’Italia. Fra le tappe anche Buggerru, grosso borgo minerario nonché quinto centro abitato dell’Isola.

Tutto, nella zona, era allora proprietà della Societé anonime des mines de Malfidano, fondata a Parigi e motivo per cui il centro era anche noto come petite Paris, data appunto l’origine dell’aristocrazia dominante, che aveva ricostruito un certo clima culturale nell’intera Buggerru. Di questa faceva parte anche Achille Georgiades, greco arrivato in Sardegna per dirigere le miniere della Società, avente il proprio centro operativo proprio nel borgo. I minatori, invece, erano uniti nella Lega di resistenza, obbligati a turni disumani, sottopagati e vittime di frequenti incidenti mortali sul lavoro. Fu in risposta a queste condizioni che fin dai primi mesi del 1904 iniziò una tumultuosa serie di scioperi, i quali andarono rinvigorendosi a maggio, quando nell’ennesimo incidente furono in quattro a perdere la vita.

Il momento di massima tensione si raggiunse però soltanto a settembre. Il 2 il direttore diramò infatti la decisione che avrebbe scatenato l’inferno: l’orario di riposo per coloro che lavoravano all’esterno della miniera veniva ridotto, e dalle quattro ore previste fino ad allora si passò a tre soltanto. In Sardegna – ritennero i minatori – le temperature non permettevano però di riprendere il lavoro già alle 13, e questo indusse li a lasciare sguarnite tutte le posizioni di lavoro fin dal giorno stesso.

La sera giunsero quindi a Buggerru due militanti socialisti, Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, membri della Lega, e la domenica del 4, mentre la delegazione trattava con la dirigenza e gli operai stavano riuniti di fronte alla sede della direzione generale, arrivarono invece due compagnie del 42esimo reggimento di fanteria, quegli aiuti tanto invocati dalla dirigenza della miniera. Si decise allora di sistemare i soldati nei locali della falegnameria, e a tre minatori fu dato il compito di prepararne i locali. Quando la folla già nervosa iniziò a tirare sassi alle finestre dell’edificio – per obbligare i soldati a rimandare fuori i tre uomini – la tensione raggiunse l’apice, e l’esercito sparò sulla folla. In due rimasero a terra, uccisi sul colpo, mentre un terzo – Giustino Pittau – morì dopo quindici giorni in ospedale. Anche un quarto, in realtà, morì a soli venti giorni di distanza, ma mancano le fonti certe per ricondurne il decesso alla sparatoria di quel tragico 4 settembre.

L’impatto emotivo, sociale e politico fu immediato, non solo sul paese ma sullo Stato intero, e in risposta la Camera del Lavoro di Milano decise di indire il primo sciopero nazionale della storia d’Italia. Già il 14 settembre, a Trapani, un nuovo sciopero si concluse con la raffica di proiettili indirizzata dall’esercito ai contadini in corteo.


tratto da : cagliari.vistanet.it

giovedì 1 settembre 2016

GUSTAV MAHLER

Ricominciamo a scrivere sul blog dopo la quasi pausa estiva. Per iniziare ho scelto questa bellissima sinfonia, detta "Resurrezione". Questo è il mio genere di musica, intenso, passionale, grandioso e molto metallico.......





La Sinfonia n. 2 in do minore "Auferstehung" per soli, coro e orchestra di Gustav Mahler, nota anche come Resurrezione, fu scritta nello stesso periodo della Prima Sinfonia fra il 1888 ed il 1894. La prima esecuzione mondiale avvenne a Berlino il 13 dicembre del 1895. Insieme alla Ottava, la Seconda è stata la sinfonia che ottenne più successo e popolarità durante la vita del compositore.
Si tratta della prima delle quattro sinfonie di Mahler per le quali il compositore ha previsto l'intervento delle voci, oltre ad essere la prima delle tre Wunderhorn Symphonien, sinfonie in cui vengono messi in musica testi provenienti dalla raccolta di canti medioevali tedeschi intitolata Des Knaben Wunderhorn. Uno di questi liedDes Antonius von Padua Fischpredigt (La predica ai pesci di Sant'Antonio da Padova), viene quasi letteralmente trascritto come scherzo della sinfonia, mentre il Lied "Urlicht" diventa il 4° movimento.
Nell'aprile 1899 il compositore dirige la Sinfonia n. 2 a Vienna.
Nei Paesi Bassi la prima è stata diretta dal compositore ad Amsterdam il 26 ottobre 1904 con l'Orchestra reale del Concertgebouw.
Negli Stati Uniti la première è stata diretta dal compositore l'8 dicembre 1908 a New York con la New York Symphony Orchestra.
Le origini della seconda sinfonia si ricollegano alla conclusione della lunga composizione della prima sinfonia]: Mahler aveva completato nell'agosto del 1888 un poema sinfonico detto Totenfeier (celebrazione della morte), che in seguito sarebbe diventato il primo movimento della sinfonia. Anche alcuni abbozzi del secondo movimento risalgono a quell'anno. Mahler rimase in dubbio per cinque anni se fare di Totenfeier il movimento di apertura di una nuova sinfonia, finché nel luglio del 1893 compose il secondo, il terzo ed il quarto movimento. Rimaneva il problema del finale della sinfonia: Mahler desiderava un finale in cui intervenissero le voci, così come era stato per la Nona Sinfonia di Beethoven e ciò avrebbe reso inevitabile il confronto diretto fra le due sinfonie. Un altro punto aperto era la ricerca del giusto testo da mettere in musica per il finale. La soluzione decisa fu ispirata da una cerimonia commemorativa per il direttore d'orchestra Hans von Bülow tenuta ad Amburgo il 29 marzo 1894, quando il coro intonò il coraleRisorgere di Friedrich Gottlieb Klopstock. Mahler compose il finale fra il giugno ed il luglio del 1894 e completò la sinfonia il 18 dicembre 1894, al termine di un lavoro durato sette anni.

martedì 2 agosto 2016

BELLA SORPRESA

Durante la nostra vacanza abbiamo avuto un regalo speciale, grazie ai nostri carissimi amici Mauro e Santina che ci hanno dato la possibilità di ascoltare la Santa Messa domenicale nella Basilica di Don Bosco e di visitare i luoghi in cui è nato ed è vissuto il Santo dei giovani. E' stata veramente una bella sorpresa, a coronamento di una  giornata trascorsa tra ricordi e condivisione. Qualcuno un giorno  disse: " è proprio vero che si può essere fratelli pur non avendo madre in comune se non quella Celeste".  Questo lo viviamo con Mauro e Santina, siamo lontani ma ci sentiamo vicini.  Il top è stata l'Ave Maria recitata ad alta voce presi per mano davanti alla Sacra Immagine della Madonna di Czestochowa, donata al santuario da San Giovanni Paolo II.  
Grazie!




sabato 30 luglio 2016

ALPI

Meravigliose, fantastiche Alpi valdostane.......peccato siano cosi lontane!!!!










sabato 2 luglio 2016

ZOE PIA

Zoe Pia, la clarinettista che 'suona' la Sardegna


S
uona da quando era bambina. Recentemente è stata l’unica italiana a ricevere un riconoscimento nel Premio internazionale di partiture non convenzionali “Musica con vista”, per il quale erano in lizza 62 artisti provenienti da tutto il mondo.
Zoe Pia, 29 anni, è nata e cresciuta a Mogoro. Attualmente vive a Rovigo, città nella quale ha scelto di proseguire gli studi per completare il percorso iniziato al Conservatorio di Cagliari. Ma porta sempre la sua Isola nel cuore.


 

Per quattro anni è stata impegnata, suonando il sax, nel Campari Tour in Italia, nel 2009 nel Nastro Azzurro Tour, mentre due anni fa Bulgari l’ha 
portata fino in Azerbaigian, nella città di Baku. Negli ultimi anni le sue energie si sono concentrate nello studio e nella ricerca per la produzione del suo primo disco: Shardana, in uscita oggi 30 giugno 2016 per l’etichetta veneziana Caligola Records.
Un omaggio alla Sardegna, alla sua storia magica e misteriosa, ai suoni e ai ritmi della tradizione. Usando la tecnica del Soundscape composition, Zoe ha registrato tanti suoni diversi: i mamuthones in processione, le campane della chiesa di Mogoro, la voce della signora Renata Melis di Masullas che canta una ninna nanna. È questa la Sardegna che la giovane musicista ha deciso di rappresentare, l’anima dell’Isola, quella più vera e forte.
«Porterò questi suoni autentici in giro per il mondo, insieme a me. Sono suoni veri, ovviamente, suoni che fanno parte delle nostre vite, ma che non sono immediatamente riconducibili alla Sardegna, dal momento che non si tratta di ballo sardo o canto a tenore, per esempio», spiega l’artista. 


 

Dal disco è stata estrapolata la partitura premiata (in foto). Uno ‘spartito’ senza righi, in sughero, completamente disegnato da lei, con nove scenari al suo interno che riflettono le nove tracce del disco. La piccola opera d’arte di Zoe si può suonare liberamente «è una partitura democratica», sottolinea l’artista, seguendo il ritmo del ballo sardo, pur non avendo indicazioni precise sulle note. «La partitura ha al proprio interno nove momenti che richiamano luoghi, misteri e tradizioni presenti in Sardegna, terra in cui il popolo del mare ha lasciato più tracce di sé», continua ancora la musicista. «C’è spazio per gli Shardana, ovviamente, ma anche per Sa Accabbadora, per le Janas e così via dicendo».
La passione di Zoe per la musica è nata molto presto. Quando aveva otto anni il padre le fece trovare sotto l’albero di Natale un clarinetto infiocchettato, destinato a diventare uno dei suoi più cari amici. «Mio padre mi ha insegnato l’amore per la musica», racconta Zoe. Fin da bambina ha iniziato a suonare nella banda del suo paese e da quando le note sono diventate il sale delle suo giornate la giovane donna sarda, allora neanche adolescente, ha iniziato a sognare il Conservatorio. «Mi sono laureata prima di conseguire il diploma», dice ridacchiando. Suona il clarinetto, ma anche il sassofono, le launeddas, insegna musica alle scuole medie e ha ancora tanti progetti da realizzare. L’emozione per l’uscita del suo primo disco è incontenibile. Ha lavorato per anni e ora si dice soddisfatta. Il 6 agosto suonerà a casa - a Mogoro - ai piedi del nuraghe Cuccurada. Sarà la prima assoluta della partitura Shardana, un modo per chiudere il cerchio, da un lato, permettendo alle melodie di rincontrare la propria terra, ma anche un punto di partenza per questa nuova avventura. Cosa ti manca della Sardegna?, le chiedo e Zoe risponde senza alcuna esitazione: «La luce… e poi il maestrale, che a volte è fastidioso, ma pulisce l’aria e la riempie di vita». -




martedì 14 giugno 2016

TRE MINUTI

Tre minuti di video, tre minuti di Sardegna. Isola antica, ricca di tradizioni, che ti entra dentro e non ci puoi fare niente. Terra affascinate, mare, monti, boschi, storia, cultura, lingua, cucina, natura selvaggia e ancora mare, mare, mare, vento, costumi, cavalli, chiese, nuraghi, menir, domus de janas, racconti antichi, musica, gente riservata ma cordiale, accoglienza antica, profumi arcaici.......e tanto, tanto altro.........






DON MAX

Esclusivo – Don Max Pusceddu: “Mai invocato la morte per i gay”

maxresdefault “Io non ho invocato la morte di nessuno e tanto meno dei gay. Quanta disinformazione!” Lo dice padre Massimiliano “Max” Pusceddu, il sacerdote esorcista di Cagliari finito nell’occhio del ciclone per una omelia nella quale commentava la lettera di San Paolo ai Romani e il tema della sodomia.
Padre Pusceddu, invoca la morte degli omosessuali?
“Smentisco. Non desidero la morte fisica di nessuno, quanta disinformazione! Non so se dipende da prevenzione o ignoranza anche di certi giornalisti. Per fortuna la mia omelia era ed  è registrata. Non sarei capace di affermare quelle cose, non mi appartengono, non mi riconosco nei titoli. Sono sacerdote e non querelo,  però mi viene voglia di farlo”.
Ma che cosa ha detto di così eclatante?
” Oggi fa notizia la ortodossia, e non la stravaganza, purtroppo. Se un prete dice cose aderenti la dottrina cattolica finisce sui giornali come un mostro. Io in una omelia ho commentato la lettera di San Paolo ai Romani. Ho il torto di aver ricordato la dottrina della Chiesa sulla sodomia. Mica la posso ignorare. La dottrina e San Paolo sul punto sono chiari: la  sodomia è un peccato gravissimo e mortale. Chi lo fa rischia la morte spirituale e dell’anima, io ho parlato di morte spirituale,  non fisica. La sodomia alla pari di altri peccati ci allontana da Dio e così  chi vi si abbandona rischia, senza conversione, di non entrare nel Regno dei Cieli. Certamente nella sua misericordia ogni decisione spetta al Giusto Giudice, non a noi in terra. Ho ricordato la dottrina della Chiesa, non sono idee di don Massimiliano. Inoltre, ma nessuno lo dice,  separo omosessualità per tendenza dagli atti. Essere omosessuali non è un peccato, anzi bisogna pregare per chi si trova in quella situazione. Sono peccaminosi gli atti, la sodomia. Non ho nulla da ritrattare “.
Lei ha espresso la sua contrarietà alle unioni civili…
” Perchè non posso? Di quella legge non condivido niente, va contro la dottrina cristiana e il Vangelo. Da cattolico lo dico apertamente”.
Renzi?
” Lui si professa credente e poi fa il contrario esatto di quello che dice il Vangelo. Vorrei tanto  incontrarlo e dirgli: convertiti sin che sei in tempo. Egli fa parte di quel nutrito gruppo di politici che si dicono cristiani, ma che tradiscono Cristo nelle decisioni . Costoro non cercano il bene comune, ma vanno a caccia di voti e consensi”.
Che giudizio da del  Renzi politico?
” Lo scriva pure: non vale un soldo bucato, uno zero spaccato  onnipresente in tv che lo lascia libero di fare e dire quello che vuole”.
Che partito politico oggi in Italia è affine alle idee cristiane?
” Il Popolo della Famiglia, voterei per loro. E’ la sola formazione cristiana presente. Non ha ottenuto troppi consensi, ma è giovane, nato da poco e  ha bisogno di tempo e di visibilità, oltre che di mezzi”.

sabato 4 giugno 2016

LA " SASSARI"





La Brigata Sassari è una brigata di fanteria meccanizzata dell'Esercito Italiano, parte del 2º Comando delle Forze di Difesa dell'Italia meridionale e delle Isole. Il 151º Reggimento fanteria meccanizzata Sassari, con sede a Cagliari in caserma Monfenera, e il 152º reggimento fanteria meccanizzata Sassari con sede a Sassari, insieme costituiscono la brigata. È una delle unità italiane più presenti nei teatri operativi in operazioni di risoluzione delle crisi (CRO - Crisis Response Operations) ed è classificata dall'Esercito come "forza di proiezione".

La Brigata Sassari è stata costituita il 1º marzo 1915 da due reggimenti, il 151º fanteria a Sinnai (Cagliari) e il 152º fanteria stanziato a Tempio Pausania: la particolarità di questi reparti è che sono composti quasi interamente da sardi, e quindi sono uniti da un forte senso di gruppo. Già in passato vi erano stati gruppi militari formati da conterranei sardi, tra cui il Tercio de Cerdeña del periodo aragonese, il Reggimento di Sardegna del periodo Sabaudo e la Brigata Cagliari operante tra il 1862 ed il 1991

La Brigata "Sassari" venne subito messa in servizio nella prima guerra mondiale, quando combatté sull'Isonzo e ottenne la citazione sul bollettino del Comando Supremo come migliore unità, per le sue azioni eroiche negli scontri di Bosco Cappuccio, Bosco Lancia e Bosco Triangolare.
Nel 1916 combatté sull'Altopiano di Asiago, ricevendo la prima medaglia d'oro per la riconquista dei monti del massiccio delle Melette (il Monte Fior, il Monte Castelgomberto, il Monte Spil e il Monte Miela) e del Monte Zebio.
Una narrazione di tali eventi si trova nel memoriale Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, ai tempi un ufficiale della Brigata.
Nel novembre e dicembre 1917, in seguito alla Battaglia di Caporetto, la "Sassari" combatté sul Piave per fermare le truppe austriache che già avevano occupato tutto il Friuli e parte del Veneto.
Nel 1918 combatté nella battaglia dei Tre Monti prendendo il Col del Rosso, il Col d'Ecchele e il Monte Valbella, ottenendo una seconda medaglia d'oro.
La Brigata "Sassari" ebbe in queste azioni un alto numero di vittime, il 13,8% degli effettivi contro il 10,4 della media nazionale (138 sassarini ogni 1000 incorporati contro la media nazionale di 104). Le perdite subite furono 3817 tra morti e dispersi, e 9104 tra mutilati e feriti.
La Brigata (che generalmente inquadrava 6000 soldati) venne ricostituita due volte; per rigenerarla furono trasferiti nelle sue file i soldati sardi che militavano in altri reggimenti.
San Martino del Carso: monumento alla Brigata Sassari sulla "Dolina Sassari".
Per questo sforzo venne insignita di:
  • 6 Ordini Militari di Savoia.
  • 13 Medaglie d'oro al valor militare: 9 ad ufficiali e soldati; 2 alla bandiera del 151º Reggimento; 2 alla bandiera del 152º Reggimento. L'ottenimento nell'arco di una sola campagna di guerra di 2 medaglie d'oro alla bandiera per ciascun reggimento, è un caso rimasto unico nella storia dell'Esercito italiano.
  • 405 medaglie d'argento.
  • 551 medaglie di bronzo.
  • 4 citazioni speciali sui bollettini del Comando Supremo.
  • 1 citazione all'ammirazione dell'Esercito e della Nazione dal Comandante del Gruppo speciale di retroguardia dell'Esercito Tenente Generale Antonino Di Giorgio, per l'abnegazione e l'eroico contegno tenuto durante la ritirata sul Piave;
  • "drappelle reali" (scudo sabaudo e stemma di Sardegna) conferite motu proprio dal Re alle fanfare dei due reggimenti come riconoscimento delle speciali benemerenze acquisite in guerra.
  • mantenimento in servizio permanente, alla cessazione delle ostilità, come riconoscimento per il valore dimostrato in guerra